Riportiamo alcune parti dell’intervento di Lia Sanicola,642-374 certification
docente di sociologia all’Università di Parma e nostra grande amica.

“Vorrei anzitutto sottolineare la speranza, il primo aspetto, più grande e più importante della stessa carità: dalla ricerca della casa, al vederla realizzata, allo sguardo portato sulle persone accolte o da accogliere, ma anche a quelle che non si è potuto accogliere e per cui si prega, ogni gesto è stato animato dalla speranza che la positività della vita vince sempre e diventa certezza in azione. Essa è stata alla base di ogni carità perché fondata sul giudizio come punto di radicamento forte, che tutto è possibile, anche il miracolo.

La speranza era un fattore caratteristico della personalità di Novella, ma è anche quello che gli amici e gli ospiti di quest’opera respirano e apprendono, una energia che li fa cambiare, li trasforma e li rilancia nella vita…”

“Senza la compagnia questa storia e quest’opera non ci sarebbe. È una compagnia senza ambiguità, in cui l’amicizia che si vive è fortemente radicata nel valore che la fonda, tanto che il venir meno di chi l’ha innescata non l’ha né compromessa, né snaturata, ma l’ha forgiata e paradossalmente potenziata, continuando a vivere perché il cuore di ognuno era fisso là dove era lo guardo, “guardando nel punto più alto”, diceva sempre Novella, il volto di Gesù. È una compagnia che diventa metodo non solo per chi conduce l’opera, ma anche per coloro che ne sono accolti, diventa il primo fattore educativo, quello di poter fare esperienza di una amicizia che non ti lascia solo, che ti contiene e ti accompagna nei passi della vita, una amicizia per sempre.Questa compagnia è per sempre. Cosa vuol dire?

Per dire “per sempre” ci vuole coraggio, cioè un cuore che sa agire avendo come orizzonte della vita l’eternità, che sia consapevole che il rapporto, ogni rapporto è portatore di una sacralità per cui non può essere fatto e disfatto, ma “accade” e quando esso avviene è un miracolo destinato a durare per sempre, anche oltre la vita terrena, come la nostra amicizia per Novella. Un’amicizia cosi comincia da uno, ma è destinata a dilatarsi fino a diventare un popolo…”

“Io sinceramente ritengo che l’educazione è il primo ed il più vero atto d’amore che possa essere rivolto ad una persona, non a una persona in difficoltà, nel disagio come si suol dire, ma ad una persona come tale, a me, a te.
Come sarebbe la nostra vita se qualcuno non ci avesse educati, se non ci avesse sorretto con mano sicura, non ci avesse introdotto alla realtà, non ci avesse mostrato i passi uno dietro l’altro, indicandoci un orizzonte di bene ed ipotizzando per noi un destino felice.
Per alcuni di noi sono stati i nostri genitori, per altri un adulto incontrato nella propria strada, un insegnate che si fa maestro, un amico.

Tanto più è un atto d’amore se questa persona, per le ferite della vita, può essere o apparire meno ricettiva, meno rispondente o addirittura impermeabile.
Nella Fondazione Novella si educa accogliendo e si accoglie per educare.
È un intreccio inestricabile, poiché proprio l’atto educativo viene affidato anzitutto ad un abbraccio, allo spalancare le braccia al diverso, non appena a chi ha un bisogno, ma a chi è diverso per storia, per cultura, per accadimenti, per esigenze materiali e relazionali, per risorse, ed a cui si dice, “vieni con me” “stai con me”, vieni a vedere cosa può accadere, fidati e ciò cambierà non solo la tua condizione, ma la tua persona stessa.

È l’altro che si accoglie e, con esso, il bisogno di cui è portatore.
L’accoglienza infatti non è semplicemente la risposta ad un bisogno materiale o psicologico e sociale, ma è il modo “umanamente degno” di rispondere al bisogno totale dell’essere, cioè degno della maestà dell’essere…”640-864